ATTRAVERSO LE ALPI:
S. MICHELE, NOVALESA, S. TEOFREDO E ALTRE RETI MONASTICHE

 40,00

ISBN: 978-88-7228-535-0
Collana: BIBLIOTHECA MICHAELICA - 3
A cura di: Frederi Arneodo, Paola Guglielmotti
Edizione: 2008
F.to: 17.00 × 24.00 cm.
Pagine: 370
Tomi: 1
Rilegato
Imm. B/N - Imm. colori

Descrizione

La collana “Bibliotheca Michaelica” con questo volume si apre utilmente alla comparazione. Il culto di S. Michele è certo uno dei più legati alla mobilità degli uomini medievali e l’abbazia della Chiusa ne è uno dei perni alpini: tuttavia nell’area montuosa dalle Alpi Marittime alle Pennine è doveroso tener conto di altri significativi rapporti fra i due versanti, anche quando il raggio internazionale della mobilità monastica risulti di lunghezza minore rispetto a quello micaelico. Questa impostazione comparativa è il gran merito del convegno promosso da Frederi Arneodo, al cui lavoro si è affiancato quello di Paola Guglielmotti nella raccolta e nella cura degli Atti. Il concetto di “reti monastiche” presente nel titolo è al tempo stesso impegnativo e variamente interpretabile, tecnicamente specifico ma anche aperto a sviluppi storiograficamente più semplici. Del resto per la nozione stessa di rete monastica si può far riferimento a due studiosi che negli anni Sessanta del secolo XX l’hanno applicata in modo sostanzialmente diverso.
Il vero padre del concetto è Joachim Wollasch, che a partire dal 1967 ha fatto ricorso all’idea di “rete” a proposito di Cluny e delle sue dipendenze: un concetto tutto sommato forte e semplice, utile per interpretare il più macroscopico sistema medievale di connessione fra un’abbazia-madre e il suo grande numero di monasteri dipendenti. Con quella prospettiva ben si osservavano le dinamiche di rapporto fra priorati e abbazia, la mobilità dei monaci entro la rete, l’impegno multipolare nel controllo di chiese e nella cura d’anime, i principi ispiratori della vita religiosa: fondata, quest’ultima, sia su idee-guida affermate al centro, sia su luoghi periferici di elaborazione e di esperienza concreta di vita monastica. Non è detto che il modello debba sempre essere esattamente quello di Cluny, non è detto che le sedi non centrali siano sempre priorati dipendenti: l’importante è che si possa studiare quel tipo di collegamento, affrontabile con gli stessi strumenti anche nei casi – vicini al tema del nostro convegno – di La-Chaise-Dieu e di St.Chaffre. Merita una particolare segnalazione il fatto che questo concetto di rete monastica sia quello usato in anni recenti da Alfredo Lucioni per studiare l’importante esperienza monastica subalpina di Fruttuaria. Possiamo affermare che in questa accezione sono “reti di afferenza”, con dinamiche che collegano varie sedi monastiche a un centro propulsore. Nel frattempo, già nel 1960 Bernard Bligny aveva studiato, nel contesto regionale della Borgogna (illustrato anche da originali rappresentazioni grafiche) i rapporti fra diverse fondazioni monastiche che costituivano un mosaico territoriale di aree d’influenza. Monasteri fra loro in concorrenza (ed è questo della concorrenza il concetto di Bligny che ha avuto maggiore fortuna storiografica), fra loro collegati più o meno provvisoriamente, volta per volta inventori delle loro forme di vicinato e di coesistenza. Nell’opera di Bligny ha molto spazio il passaggio fra diverse successive interpretazioni dei modelli di vita monastica: in particolare le fondazioni certosine e cistercensi cercano spazi e si collegano fra loro per affermare la loro nuova presenza, mentre i centri benedettini tradizionali costituiscono nodi di resistenza. In Bligny le reti monastiche non sono teorizzate ma le troviamo di fatto, e sono “reti di relazione”: se ci interroghiamo – come è giusto – sull’uso inconsapevole che molti storici fanno del concetto di “rete”, è in questo quadro che dobbiamo inserirlo. Queste sono reti storiografiche, reti “degli storici” che lavorano a posteriori, cercano rapporti e li ricostruiscono anche quando non erano istituzionali e formalizzati negli anni in cui si accendevano e si svolgevano. Infine, e siamo nell’anno 2000, il giovane storico Vittorio Carrara intitola Reti monastiche nell’Italia padana la sua opera dedicata all’abbazia di Nonantola e alla cura dei monaci per i legami con le loro varie presenze in un ambito regionale vasto ma ben identificabile. Carrara fa uso del concetto pi ù circoscritto rispetto a quello di Bligny e meno specifico rispetto a quello di Wollasch e si propone di ricostruire un “sistema di dipendenze” per valutarne i meccanismi. Non trascura i nuclei produttivi dipendenti ma include nel sistema soprattutto chiese, priorati, ospizi, cioè la parte ecclesiastico-religiosa del patrimonio: si valuta la funzione che ogni ente aveva nel sistema, lo si connette con le comunicazioni stradali, si catalogano punti di assistenza, di cura d’anime (e quindi di riscossione di decime) e di colonizzazione monastica. Questa attitudine a classificare diversi tipi e diverse forme di dipendenza da un ente centrale che perfeziona una sua capillarità si adatta molto bene alla parte regionale – non a quella internazionale – del patrimonio di un ente alpino notissimo, l’abbazia di S. Michele della Chiusa.
Proprio il riferimento a S. Michele si è prestato a suggerire un indirizzo per il convegno. Nella storia di quell’esperienza particolare si distinguono bene tre caratteri: un patrimonio enorme, distribuito in tutta Europa; un progetto egemonico regionale, l’unico che può sviluppare anche qualche ambizione signorile; rapporti – derivanti dal peso internazionale e dagli itinerari dei pellegrinaggi – con altre prestigiose abbazie. È stato dunque naturale l’auspicio che in un’accezione larga e complessa di reti monastiche si inserissero anche le alleanze fra monasteri lontani, l’accensione di precise fraternitates, in grado di innescare o di fare da moltiplicatore a circolazioni di monaci, significative anche quando di breve durata. Nel tema qui proposto ai relatori le Alpi occupano un posto centrale, centrale proprio dal punto di vista geografico. Protagonisti sono i due versanti ed è un’occasione per riflettere su due parole d’ordine, quella delle “Alpi che separano” e quella delle “Alpi che uniscono”. Sono entrambi luoghi comuni e, soprattutto negli ultimi anni, il secondo è diventato più tenace del primo: invece credo che lo storico debba valutare diversi fattori, constatando tra l’altro che una somiglianza di stili di vita sui due versanti non può tradursi automaticamente in una sovrapposizione globale di modelli di civiltà.
È giusto ricordare che nel medioevo ebbero peso speciale alcune dominazioni “di passo” di lunga durata che segnarono profondamente – immettendo elementi di convergenza – la storia di alcune regioni: penso alle costruzioni politiche, sviluppatesi in principati territoriali, dei conti d’Albon, dei conti di Savoia, dei vescovi di Bressanone, dei duchi di Carinzia. In questi casi i due versanti sono uniti dall alto, e gli ambiti diversi – pur agevolati nei contatti – non sempre ne risultano caratterizzati durevolmente in profondità. Ancora un pensiero sulla zona che in molti casi è più specificamente osservata, cioè la parte meridionale dell’arco alpino occidentale. Qui non ci sono valichi internazionali paragonabili con quelli notissimi del nord (Monginevro, Moncenisio, i due S. Bernardo). L’azione umana si adatta a potenzialità stradali al tempo stesso più duttili e più faticose, adatte a rispondere più a richieste regionali che non alle esigenze dei grandi traffici europei. In questo quadro i contatti monastici sono dunque profondamente voluti dai protagonisti, non reagiscono a suggerimenti spontanei delle relazioni fra regioni: anzi sono spesso proprio le reti monastiche a instaurare o almeno ad agevolare i rapporti interregionali.
Qui e altrove si pone una questione che richiama al compito degli storici, degli studiosi non solo delle lunghe durate ma anche del tempo e delle sue specifiche tappe: risulta utilissimo identificare i momenti di genesi di una certa rete monastica e anche – e non solo in coincidenza con le crisi tardomedievali del monachesimo – le fasi di spegnimento, ora progressive ora circoscritte e consumate repentinamente.

INDICE

Giuseppe Sergi
Introduzione

Guido Castelnuovo
Les monastères et leurs alpes : stratégies pastorales, enjeux politiques, choix commerciaux

Sara Beccaria
Casistica di rapporti di S. Michele della Chiusa con chiese transalpine e con la loro realtà sociale (secoli X-XIII)

Christian Lauranson-Rosaz
L’abbaye de Saint-Michel de La Cluse et le Midi de la Gaule, Xe-XIIIe siècles

Carine Juillet – Jacques Péricard
Les dépendances de l’abbaye de Saint-Michel de la Cluse dans le Midi de la Gaule

Gisella Cantino Wataghin – Eleonora Destefanis
L’abbazia di Novalesa tra il secolo XI e il XIII nel quadro delle istituzioni monastiche contemporanee: fonti scritte e fonti archeologiche

Laurent Ripart
La Novalaise, les Alpes et la frontière (VIIIe-XIIe siècle)

Pier Luca Patria
Il monastero benedettino di S. Giusto di Susa, le sue dipendenze e i suoi rapporti con la società oltralpina (Savoie, Provence)

Frederi Arneodo
L’abbazia di S. Teofredo e le dipendenze subalpine: la gradazione dei vincoli (secoli XI-XIII)

Giampietro Casiraghi
Attraverso le Alpi: la valle Stura di Demonte e il priorato di Bersezio

Giovanni Coccoluto
S. Dalmazzo di Pedona: un monastero sulle Alpi, verso il mare

Primo Giovanni Embriaco
Lérins in Liguria: circolazione di uomini e sistema di dipendenze (secoli XI-XIII)

Valeria Polonio
Il monastero di S. Vittore di Marsiglia nell’alto Tirreno

Eliana Magnani
Des deux côtés des Alpes : les monastères provençaux et leurs dépendances en Italie (XIe-XIIIe siècle)

Alfredo Lucioni
Le visite abbaziali nella costruzione della rete monastica fruttuariense tra i secoli XI e XII

Maria Laura Mazzetti
Guglielmo di Volpiano e Fruttuaria: dal fondatore alla rete monastica

Cristina Sereno
S. Maria a Rocca delle Donne: una dipendenza di La Chaise-Dieu in conflitto con Fruttuaria (metà XII-metà XIII secolo)

Chiara Garavaglia
Santi bretoni e monasteri italiani

Giancarlo Andenna
Riflessioni conclusive

Indice dei nomi e degli autori citati